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Oltre 250 milioni di bambini dai 5 ai 15 anni sono figli della strada. Un fenomeno in crescita nelle metropoli e nelle periferie delle principali città dell’Asia, dell’Africa e dell’America Latina. Un’emergenza aggravata dalla pandemia di Covid-19 che sta colpendo l’economia già fragile dei Paesi poveri del Sud del mondo.

A lanciare l’allarme è l’OPAM, l’Opera di Promozione dell’Alfabetizzazione nel Mondo, fondata nel 1972 da Don Carlo Muratore. “La questione dei bambini di strada passa troppo spesso inosservata, ma basta andare in città come Kinshasa, nella Repubblica Democratica del Congo, a San Paolo in Brasile o a New Delhi in India, per comprendere che è un grave fenomeno, purtroppo dimenticato da tutti” dice Don Robert Kasereka, Presidente dell’OPAM. Da sempre impegnata sul fronte dell’educazione e dell’istruzione l’Opera negli ultimi anni, in totale sintonia con gli insegnamenti di Papa Francesco, sta vivendo un’esperienza ulteriore di prossimità e di vicinanza nei confronti dell’infanzia abbandonata senza istruzione. “La strada da percorrere per sconfiggere la povertà è la scuola – dice Kasereka -. Da lì passa l’emancipazione e la dignità della persona umana e dei popoli. Insomma più scuola, più sviluppo e più futuro”.

Purtroppo nel 2020, anche nei Paesi del Sud del Mondo l’emergenza sanitaria ha costretto a chiudere le scuole. “Un colpo durissimo che con il lock-down ha fatto perdere a oltre 10 milioni di bambini la possibilità di andare a scuola e di ricevere un pasto, facendoli finire in strada a cercare il modo di sopravvivere e aumentare il misero reddito familiare – prosegue Don Kasereka -. Da quando le scuole sono ricominciate molti studenti sono assenti, e senza un aiuto lo rimarranno per sempre”. In Colombia li chiamano Gamines de la calle, in Brasile Meninos de rua, in Africa Enfants de la rue o Street children a seconda della lingua veicolare utilizzata. Pur con differenze, in termini di contesto e area geografica, quello che cambia però è solo il modo di definirli. Non la gravità del problema. “Eppure, sembra che questi bambini siano invisibili – dice il sacerdote – ignorati da gran parte della gente che li incontra per strada, fuori dalle politiche sociali dei governi, dall’interesse di giornali e mass media e quindi fuori anche dal dibattito pubblico”.

Maestro di strada a Lakka in Sierra Leone

I bambini di strada si procurano il cibo frugando nell’immondizia nei pressi dei mercati o nelle discariche, ma anche rubando. Dormono tra scatole di cartone e mucchi di rifiuti, nei cimiteri, nei parcheggi, nelle stazioni. I più fortunati vivono nelle baracche abbandonate. Tra di loro sono molto diffuse la malaria, la tubercolosi, la scabbia, i vermi, l’epatite, l’Aids e sintomi gravi di malnutrizione. Poiché sulla strada vige la legge del più forte, sono violenti e rissosi. Fermano i morsi della fame e i dolori dell’anima sniffando colla. Specialmente le bambine, ma anche i bambini, subiscono abusi di ogni genere e spesso finiscono per prostituirsi già a sei anni.

“In modo particolare nella Repubblica Democratica del Congo, ad aggravare il fenomeno dei bambini di strada c’è quello dell’enfants sorciers, cioè bambini stregoni, Ndoki in lingua lingala, alimentato dall’ignoranza e dalla superstizione – aggiunge Don Robert –. I bambini, specialmente i più piccoli, incapaci di difendersi, sono le principali vittime di questo fenomeno, ancor più se hanno un segno distintivo: un neo, una cicatrice, un dente storto, una chiazza cutanea, una disabilità”. Stando ad alcuni studi già nel 2011 il fenomeno, solo a Kinshasa, contava un numero da 40 mila a 70 mila tra bambini e ragazzi di strada. “Ma la verità è che impossibile qualsiasi tentativo di censimento visto che molti non sono neppure iscritti ad un’anagrafe e tanti nascono in strada, da gravidanze indesiderate di madri bambine, loro stesse ragazze di strada” spiega il presidente dell’OPAM.

Per stringere in un abbraccio ciascuno di questi piccoli innocenti destinati all’abbandono nei Paesi del Sud del Mondo, l’OPAM promuove la Campagna di Natale 2020 “Abbracciamoli tutti”. “Alla fine di questo anno di grande prova per tutta l’umanità, scossa dalla terribile pandemia del Covid-19 che ancora non siamo riusciti a debellare, più che mai l’Avvento è un tempo speciale per accompagnarci verso quella revisione di vita che può restituire al Natale il suo senso più profondo” sottolinea Kasereka, per il quale l’insegnamento più grande di questa pandemia è senza dubbio “l’importanza di iniziare a camminare insieme verso un nuovo umanesimo: un umanesimo della fragilità che ci porta a vivere da fratelli perché consapevoli che solo insieme possiamo costruire un mondo migliore per tutti”.

“Precarietà e incertezza che la nostra società sta vivendo a causa della pandemia, in altri paesi del mondo sono condizione di vita quotidiana – conclude il sacerdote -. Con la differenza che la nostra esperienza di privazione passerà con la pandemia mentre per gli ultimi del mondo non c’è alcuna seria previsione di riscatto a breve o medio termine”.