Veniamo uccisi, massacrati ogni giorno in un’indifferenza sempre più sconcertante. Eppure continuiamo a sperare, ad aspirare alla felicità annunciata nelle Beatitudini proclamate da Gesù Cristo (Mt 5, 1-12)!”. È il grido che viene dall’estremo nord del Nord Kivu, nella Repubblica democratica del Congo. A lanciarlo è il vescovo della diocesi di Butembo-Beni Sikuli Paliku Melchisedech che definisce la sua gente, circa 2 milioni di abitanti di cui oltre la metà è battezzata, “sull’orlo della disperazione. E per un buon motivo!”.

La richiesta: un ufficio presso la Presidenza della Repubblica sui massacri di Beni

Da qui la richiesta esplicita di un “coinvolgimento del Capo dello Stato per una soluzione definitiva all’insicurezza nell’est in generale, e nell’estremo nord del Nord Kivu in particolare. Ciò significa la creazione di un ufficio presso la Presidenza della Repubblica congolese che seguirà la complessa situazione dei massacri di Beni e dintorni proponendo azioni politiche, militari, diplomatiche e giudiziarie”.

Sei anni di violenze e promesse non mantenute

Dall’ottobre del 2014, nella diocesi di Butembo-Beni, nella regione di Beni-ville e dintorni, assistiamo ad atroci massacri. Crimini efferati che continuano senza sosta da ben sei anni – denuncia Melchisedech -. Nell’ottobre del 2019, l’attuale governo della Repubblica democratica del Congo ha lanciato ‘operazioni militari su larga scala’ per porre fine a questo fenomeno. Nella regione si sono susseguite delegazioni con messaggi di speranza, fino al più recente, quello del ministro della Difesa nazionale. È stato lui a dirci: l’Afd che avete visto non lo rivedrete mai più”. La Afd-Nalu è il gruppo di ribelli che è stato fondato da Jamil Mukulu, arrestato in Tanzania nel 2015 ed attualmente in attesa di processo presso la Corte penale internazionale. La sigla, tuttavia, è ancora utilizzata da altri gruppi armati che hanno sempre più un carattere islamista. Pare che, da alcuni anni, questi ribelli siano tra i principali responsabili degli atti di violenza in quest’area.

La denuncia: questi fatti costituiscono “crimini contro l’umanità”

“Nel frattempo, però – continua il vescovo – tra luglio e metà ottobre 2020, il calvario è continuato“. L’ultima aggressione risale a pochi giorni fa, alla notte tra il 30 e il 31 ottobre. “Più di 20 persone sono state massacrate a Kitsimba e Lisasa, nel groupement Buliki, settore Ruwenzori, nella parrocchia ‘Regina Pacis’ di Maboya. Tutte vittime innocenti. Tra loro, anche il nostro animatore-catechista Kasereka Kisusi Richard che aveva terminato, da appena una settimana, la sua formazione pastorale presso il centro catechistico di Butembo. Avrebbe iniziato il suo servizio la domenica di Ognissanti. E poi ci sono i continui rapimenti di persone, le case bruciate, le farmacie e i negozi saccheggiati, il centro sanitario UWAKI di Lisasa saccheggiato e incendiato. E la chiesa cattolica del settore Lisasa profanata. Va notato che alcune case sono state incendiate dopo che gli autori avevano rubato tutto ciò di cui avevano bisogno lasciando solo quello che non potevano prendere. Questi fatti costituiscono crimini contro l’umanità!” denuncia Melchisedech.

Cosa c’è dietro tanto orrore e perché nessuno lo ferma

E i numeri sono davvero da “crimini contro l’umanità“: circa 4 mila morti dall’ottobre 2014, di cui mille solo nell’ultimo anno. Difronte a tutto ciò “la popolazione si chiede giustamente cosa deve ancora fare per far sì che le forze di difesa e sicurezza sradichino le Afd e gli altri gruppi armati, presunti responsabili dell’insicurezza nella regione” dice il vescovo. Ma cosa c’è dietro questo orrore e tanta violenza? E soprattutto perché non si interviene con fermezza per fermare questi massacri? “Spesso si sente dire che sono le riserve di petrolio nel Graben-Albertine, di coltan, di cacao e di altre risorse naturali della nostra regione, la causa ultima dell’insicurezza e degli infiniti massacri che stiamo registrando quasi ogni giorno. Ma chiedo: è umanamente ragionevole e responsabile sacrificare in un vergognoso silenzio tante vite umane per interessi economici e/o politici?” dice Melchisedech.

Chi sono davvero le forze di difesa e di sicurezza?

Cosa fare, allora? Da quanto riportato dal vescovo, si evince che c’è un problema serio a partire dalla composizione delle forze di difesa e di sicurezza, come per altro  lamentato dalla popolazione già molto prima del lancio delle cosiddette ‘operazioni su larga scala’. Mettere insieme tutte le forze – polizia nazionale congolese, Fardc (le Forze armate della Repubblica democratica del Congo), Monusco (Missione ONU per la stabilizzazione nella Repubblica democratica del Congo), Servizio di intelligence e migrazione, popolazione – forse, non era la strada per risolvere il problema.

“Il 20 ottobre scorso, per esempio – ricorda il vescovo – sono fuggiti dalla prigione di Beni-Kangbayi ben 1.345 reclusi su un totale di 1.456; mentre nel 2017 erano fuggiti altri circa 900 detenuti”. Personaggi evidentemente pericolosi che rischiano di alimentare ulteriormente le frange dei gruppi armati. Il dubbio sollevato dal prelato, a questo punto, è se tutto ciò sia intenzionale oppure no. Tanto più che, dopo l’intervento del governo di Kinshasa che li ha raggruppati in diversi centri, al fine di smobilitarli o di integrarli correttamente nelle Fardc dopo adeguata formazione, gli stessi gruppi sono riapparsi oppure ne sono nati di nuovi.

Tra indifferenza e corruzione

“Risvegliamoci dal nostro sonno per un impegno sociale (cf Rm 13,11) per valutare insieme la situazione su questa carneficina a Beni e dintorni. Liberiamoci dall’indifferenza rivoltante che si nota nella maggioranza degli attori politici e amministrativi” chiede il vescovo, citando la vicenda di 800.000 dollari (oltre 650 mila euro), intercettati recentemente al confine di Kasindi e che “sembra non aver interessato nessuna autorità competente al più alto livello”, conclude Melchisedech.

Laura Malandrino