Un traguardo della diplomazia e dell’impegno italiano per riportare a casa i due nostri connazionali rapiti in Niger dal 2018. Padre Luigi Maccalli e Nicola Chiacchio sono ritornati agli affetti delle loro famiglie e dei loro amici facendo tirare un sospiro di sollievo a milioni di italiani che li sapevano rapiti e prigionieri in un contesto difficile come quello del Paese africano. Una vittoria che il nostro ministro degli esteri Luigi Di Maio, che ha accolto padre Macalli e Chiacchio insieme al Presidente del Consiglio Giuseppe Conte, spiega in una lettera al quotidiano Avvenire del 10 ottobre sottolineando l’importanza del “soft power” dell’Italia in “un’operazione assai complessa, resa ancora più difficile dall’intricatissimo contesto regionale”.

Il ruolo dell’Aise e dei diversi apparati dello Stato

La liberazione dei nostri connazionali, scrive il ministro Di Maio “è stata resa possibile solo grazie allo straordinario lavoro dell’Aise e di tutti i competenti apparati dello Stato, a cominciare dalle donne e dagli uomini del Ministero degli Affari Esteri e dell’Unità di Crisi della Farnesina. Importante è stata anche la collaborazione delle Autorità maliane, pur nella delicata fase di transizione che sta attraversando il Paese a seguito del colpo di Stato dell’agosto scorso”.

Quando la persuasione passa per la cultura, i valori e la capacità di dialogo

In poco più di un anno, aggiunge Di Maio “abbiamo riportato a casa sette connazionali che erano nelle mani di gruppi terroristici od organizzazioni criminali. Si tratta di un innegabile successo della diplomazia italiana nel tutelare i connazionali all’estero. Un successo che deve renderci orgogliosi e che, lungi dall’essere casuale, è il frutto di una nostra precisa caratteristica negli scenari internazionali che pone inclusività, dialogo, pazienza, talvolta resilienza, al primo posto nelle relazioni internazionali“.

Il ruolo del volontariato internazionale nella costruzione del soft power italiano

Si tratta, in altre parole, “della massima espressione del cosiddetto soft power, ossia l’abilità di persuadere attraverso risorse non tangibili ma fondamentali quali la cultura, i valori, il modo di essere e di porsi nel dialogo con l’altro. E certamente padre Maccalli, con il suo impegno a fianco dei meno fortunati, ha contribuito a costruire il nostro «solido soft power», così come fanno quotidianamente tutti i volontari, religiosi e laici, che dedicano la vita ad aiutare il prossimo in contesti difficili e pericolosi” sottolinea il capo della Farnesina.

La tradizione italiana del soft power in politica estera

“D’altra parte – aggiunge Di Maio – credo che l’Italia, per la sua storia, la sua posizione geografica, la sua anima profonda e la sua apertura al mondo, incarni al meglio la capacità di usare il soft power per la realizzazione delle priorità di politica estera. È un dono naturale, la sintesi di un’evoluzione fortunata”. In particolare, prosegue Di Maio nella lettera pubblicata dal quotidiano della CEI “nei rapporti con i Paesi africani, abbiamo sviluppato il nostro soft power attraverso programmi di sviluppo e di emancipazione basati sul rapporto interpersonale. L’Africa rappresenta la priorità della nostra cooperazione allo sviluppo: è un continente a noi vicino, non solo geograficamente, nel quale vogliamo essere sempre più presenti”.

L’impegno dell’Italia dopo il crollo dello Stato libico

Ed aggiunge: “Vorrei ora soffermarmi su quanto l’Italia sta facendo per la stabilizzazione della regione del Sahel, area attraversata da una enorme turbolenza creata dal crollo dello Stato libico e aggravata dalla proliferazione di gruppi armati affiliati alle principali sigle terroristiche. In tale contesto così difficile, l’Italia è presente non solo attraverso l’opera lodevole di volontari e missionari come padre Maccalli, ma anche tramite un articolato sistema di collaborazione, riconducibile allo Stato, che tocca numerosi aspetti: dalla cooperazione allo sviluppo a quella nell’ambito della sicurezza, dal sostegno alla società civile basata su valori universali come la libertà di religione alla collaborazione in materia migratoria”.

Leggi la lettera integrale sul sito del quotidiano “Avvenire”