L’allestimento in sala Causa

La visita alla mostra “Luca Giordano. Dalla Natura alla Pittura” ospitata al Museo Real Bosco di Capodimonte dall’8 ottobre 2020 al 10 gennaio 2021 è come viaggio che dai vicoli di Napoli ti porta ai salotti eleganti della città. Uno spazio in cui gli spazi si trasformano definendo una nuova sequenza espositiva. Dall’interpretazione dei salotti seicenteschi napoletani nasce un percorso tra le sale che diventa un susseguirsi di “stanze delle meraviglie”, Wunderkammer con quadreria, carta da parati e boiserie di color rosso scuro: ambienti in grado di raccontare l’atmosfera vissuta dal grande pittore napoletano. I materiali di finitura sembrano consumati dal tempo come la carta da parati che simula la tappezzeria antica. Ogni “sala-salotto” ha una carta con lo stesso disegno, ma di tonalità diverse. Le sale introduttive e quelle finali, con la ricostruzione della Cappelletta Girolamini, sono dipinte con colorazioni di tonalità “bruciata” riprese dalla natura.

Caravaggio e Giordano, due personalità agli antipodi

Lo spazio dell’allestimento diventa una stratigrafia del racconto espositivo. Un diversità di allestimento – pur negli stessi spazi espositivi – che sottolinea la differente cifra stilistica fra Caravaggio e Luca Giordano. Lo sottolineano bene i curatori Causa e Piscitello: “Caravaggio non ha disegnato (non nel senso accademico del termine), e men che mai affrescato; Giordano invece è autore di alcuni dei fogli più strepitosi del ‘6oo oltre ad aver dipinto, letteralmente, chilometri di affresco. Caravaggio ha il diavolo in corpo del vero e procede dalla pittura alla natura; Giordano fa il percorso inverso. La Pittura gli interessa mille volte di più. D’altronde, mentre Caravaggio era ciò che si dice un cattivo ragazzo; Giordano è un integerrimo padre di famiglia. Per viaggiare viaggiò: ma spinto dall’odore dei soldi. Gli spostamenti di Caravaggio disegnano l’itinerario di un fuggiasco; quelli di Giordano sono un modello di strategia autopromozionale. I panni dell’artista maledetto gli avrebbero solo rallentato il passo”.

Il percorso espositivo: le sezioni di mostra e la sala multimediale con gli affreschi

La mostra, dedicata a Ferdinando Bologna, si articola in dieci sezioni e termina in un’installazione intermediale progettata e realizzata da Stefano Gargiulo (Kaos Produzioni) con l’intento di mostrare alcuni dei luoghi e delle opere affrescate dall’artista a Napoli: nella chiesa di San Gregorio Armeno, di Santa Brigida, alla Certosa di San Martino e nei Girolamini. Il progetto site specific ripropone una piccola cappella dove negli archi e nelle volte traspirano le immagini e i suoni del mondo napoletano e degli affreschi di Luca Giordano. Il visitatore viene invitato ad interagire con le candele votive poste al centro dell’ambiente, un fulcro simbolico dove attivare gli scenari che trasformano lo spazio, tra la realtà degli affreschi del Maestro e l’illusione delle tecnologie digitali. La sala multimediale è un invito al viaggio. Luca Giordano è un pittore da osservare dal vivo, preferibilmente nei contesti originari di chiese o palazzi. Giordano non è mai stato davvero a suo agio negli allestimenti museali. Per questo la mostra a Capodimonte su Giordano vuole stimolare nel pubblico la curiosità di andare a vedere gli affreschi spagnoli e italiani, a cominciare da quelli presenti nella città di Napoli, nelle chiese e nei principali luoghi di cultura.

Disegni: nelle cucine del pittore

Giordano è un disegnatore pittorico e scenografico: dipinge anche quando disegna. Si può dire che oggi le piste più promettenti sul pittore provengano proprio dal settore della grafica. “Giordano fu il prototipo dell’artista ambulante. La rapidità con cui produceva le sue grandi improvvisazioni fu proverbiale. Considerava l’intero passato un libro aperto da usarsi per i propri scopi. Studiò Durer come Lucas van Leyden, Rubens come Rembrandt, Ribera come il Veronese, Tiziano come Raffaello ed era capace di dipingere in qualsiasi maniera scegliesse. Ma non copiò mai. Egli si valse di tutte le tradizioni piuttosto che essere legato a una e il suo stile è sempre inconfondibile”. (Rudolf Wittkower, 1958)

I conti con il caravaggismo e il peso di Ribera

Se Ribera, approdato a Napoli nel 1616, non fu, in senso stretto, il maestro di Giordano; lo fu per contagio. Giordano non smise mai di ripensare a quel magistero di stile, rileggendolo in uno spartito cromaticamente più chiaro e mosso. Negli ultimi decenni gli studi hanno tralasciato la produzione del Ribera maturo, specialmente quella dell’ultimo periodo, quando, per difficili contingenze biografiche, il pittore distribuì il lavoro ai migliori cavalli della sua scuderia. E tra questi non vi è dubbio che passasse anche il giovane Giordano.

La definizione di un mito: Giordano nelle chiese di Napoli

L’irresistibile ascesa di Giordano sulla scena napoletana è testimoniata da una sequenza spettacolare di dipinti d’altare di particolare coinvolgimento, databile a partire dalla seconda metà degli anni ’50, in cui le citazioni dai maestri, da Lanfranco a Ribera, si fondono mirabilmente con i prelievi dall’Antico. Alcune di queste opere sono visibili nella loro collocazione originaria; altre, per ragioni diverse, sono state da tempo musealizzate: ma la vera mostra di Giordano rimane Napoli con i suoi dipinti e i suoi affreschi.

Giordano, Preti e Ribera: la memoria come metodo

Il confronto con Ribera caratterizza e condiziona tutta la storia di Giordano. Anche per questo chiedersi se fosse stato suo discepolo in senso proprio rimane una questione oziosa o piuttosto mal posta: di tutti i maestri putativi di Giordano (da Tiziano a Rubens da Lanfranco a Pietro da Cortona), Ribera è quello con cui non smise mai di confrontarsi. Si tratta di un contatto, talvolta simbiotico, come nel caso del notturnale e quasi stregato San Sebastiano di Ajaccio, o intelligentemente emulativo, come nei ‘filosofi’ dei musei francesi.

Il Trionfo della Morte: lo spettacolo della Peste

Il contagio, che dilagò a Napoli nel 1656, costituisce uno degli ultimi flagelli dell’Europa
premoderna. In tempi di peste si moriva, si scampava o si pregava rifugiandosi nell’aria salubre di San Martino. Anche a Napoli, per i pochi artisti sopravvissuti, il trionfo della morte fu occasione di spunti e pretesti. Preti, Spadaro, lo stesso Giordano realizzarono per l’occasione degli ex voto. I due bozzetti di Preti per le porte di Napoli sono tra le stazioni consacrate dell’antologia napoletana. Ma è Spadaro l’inarrivabile cronista della peste: nello slargo del Mercato, il centro città diventa protagonista con le mura impregnate degli umori e dei miasmi che salgono dai cadaveri degli appestati. Giordano non avrebbe dimenticato questo sorprendente strappo urbano. “L’artista sommo non è tanto colui che infrange la regola quanto colui che varia la consuetudine, così come il buon giocatore non è il baro, ma l’inventore di soluzioni inconsuete nello sviluppo dell’azione ludica” (Padre Giovanni Pozzi).

Vernacolo barocco: Giordano, Giuseppe Recco, Pietro da Cortona e il trionfo della vita

Non a Napoli, ma a Firenze Giordano ha modo di qualificarsi come il massimo genio barocco dell’Europa di fine secolo. Gli affreschi del salone e della biblioteca di Palazzo Medici Riccardi (1682) costituiscono una lezione sul decorativismo nel tardo barocco a quindici anni dalla morte di Pietro da Cortona. Il dialogo a distanza con il Cortona connota, senza mai più cadere di tensione, l’iter creativo di Giordano fino dagli esordi. Tra le pale di Santa Brigida (1655) e delle Anime del Purgatorio ad Arco (1661) si misurano non solo gli incrementi stilistici e culturali di un maestro poco più che ventenne; ma si evidenzia, al più alto grado di qualità, lo scatto barocco della pittura a Napoli e in area mediterranea nella seconda metà del secolo.

Wunderkammer: lo spettatore come voyeur

La forza e il raggio di diffusione del genio di Giordano non si contengono nella pittura: la selezione di vetri e opere di ceramica rende l’eredità di Giordano un episodio articolato e centrifugo. Nel presentare quella che i tedeschi definiscono una Wunderkammer, una camera delle meraviglie e i francesi, in accezione non troppo diversa, un cabinet d’amateur, si sollecita una riflessione su quello che poteva annoverarsi nelle stanze di un palazzo patrizio. Circondarsi di cose belle e anticaglie non è solo la certificazione di un raggiunto status economico e culturale, ma fornisce l’illusione che gli oggetti possano prolungare i piaceri terreni.

Le metamorfosi del Barocco: Napoli, Firenze e Spagna andata e ritorno

Nel corso degli anni ’60 del Seicento la fama di Luca Giordano cresce nei domini spagnoli e nella Spagna stessa. Si trasferisce alla corte di Madrid nell’ultimo decennio del secolo e vi rimane per una decade, lavorando con un’alacrità senza confronti e producendo una sterminata quantità di tele, anche di grandi dimensioni, e soprattutto di affreschi. Vi sono stati alcuni storici e scrittori d’arte del secolo scorso – a cominciare da Roberto Longhi – che hanno considerato il momento spagnolo di Giordano come quello più felice e creativamente compiuto.

Finale di partita

Gli ultimi lavori napoletani di Giordano rientrato dalla Spagna – e dei suoi satelliti (primo fra tutti un notevole comprimario come Nicola Malinconico) – vedono la scena locale ripiegata in senso neoconservatore e orientata in una direzione che sarebbe poco definire accademica. Il primo ‘700 ha imbrigliato, fino a rinnegare, l’ansia sperimentale e senza sconti di Giordano. Il Settecento napoletano non è il secolo di Giordano, ma di Solimena e di Francesco de Mura, che impongono a Giordano la camicia pulita. Saranno i francesi di secondo ‘700 a tentare di rimodulare la scrittura sciolta, antinaturalistica, delle tele dei Girolamini o del soffitto della cappella del Tesoro nella chiesa di San Martino, dipinta in un fiato e in un solo giro di pennello.