Un bambino di 11 anni, figlio di due genitori attenti e premurosi, con due fratelli e una vita serena si è lanciato nel vuoto ed è morto. Due sere fa ha aperto la finestra del balcone all’undicesimo piano della sua abitazione, a Napoli. Ha poggiato davanti alla ringhiera uno sgabello. Vi è salito sopra e si è lanciato giù.

Il messaggio inquietante

Quasi consapevole di ciò che stava per fare, prima di lanciarsi ha lasciato un sms sulla chat per i genitori: “Mamma, papà vi amo. Ora devo seguire l’uomo col cappuccio nero. Non ho più tempo. Perdonatemi”.

L’interpretazione degli inquirenti: istigazione al suicidio

La consapevolezza della gravità di ciò che stava per fare, ma nello stesso tempo l’improrogabilità di quel gesto, emersi dalla relazione della Squadra Mobile ha preoccupato particolarmente gli inquirenti della Procura di Napoli che hanno subito aperto un fascicolo per istigazione al suicidio.

Intrappolato nella Rete

Un suicidio all’apparenza immotivato ma che potrebbe portare alla pista del web, dal primo istante battuta dagli investigatori. Il bimbo, infatti, potrebbe essere caduto in una trappola della Rete. Potrebbe essere stato costretto da qualcuno ad uccidersi, forse per salvare la vita dei suoi familiari o per salvare se stesso.

Il fenomeno “Jonathan Galindo”

La notizia della tragedia di Napoli sempre di più viene collegata ad un fenomeno che era già apparso sui giornali italiani questa estate, quando la Polizia Postale aveva diffuso una serie di consigli per non cadere vittima di un tale “Jonathan Galindo”. Si tratta di un tale che chiederebbe l’amicizia a bambini e adolescenti su Instagram, Facebook e Tik Tok, mandando un messaggio privato e chiedendo se “vogliono giocare”. In realtà chi si nasconde dietro l’account, con l’immagine inquietante di un “Pippo umano”, trascinerebbe le sue vittime in una serie di sfide, fino all’autolesionismo e al suicidio.

Il presidente del Consiglio Nazionale Ordine degli Psicologi, David Lazzari

Il suicidio del bambino di Napoli, al di là delle circostanze specifiche da appurare, accende un faro sulle nuove forme di violenza ed abuso sui bambini e gli adolescenti, che vengono sfruttati in modo perverso dalle nuove tecnologie. Nessuno vuole criminalizzare la rete o i social, che offrono anche grandi opportunità, ma è evidente che si prestino ad essere terreno fertile per grandi violazioni, dalle quali i minori sono spesso indifesi”.

Piccoli e meno piccoli hanno bisogno di essere guidati per imparare ad abitare la Rete

“Il mondo online porta in sé una duplice anima: indispensabile strumento democraticamente alla portata di tutti ed anche possibile fonte di rischi di diverso tipo. Questo quindi lascia gli indifesi, perché in difficoltà o perché minori, soli di fronte al mare magnum di tutto ciò che in rete si può trovare. Come camminando per strada possiamo incontrare persone e fare esperienze di diverso tipo e mai immagineremmo di lasciare bambini piccoli e meno piccoli da soli senza la nostra vigile attenzione così è imperativo immaginare come accompagnare i più e meno piccoli nel cammino nella rete, benché virtuale. Viviamo in un mondo che mette l’infanzia davanti ad un numero enorme di sollecitazioni, che spesso non possono essere gestite sul piano emotivo creando scompensi e vulnerabilità. È necessario che, al di là della performance, si punti alla costruzione di uno sviluppo armonico, che ha nell’affettività una componente essenziale”.

Servono nuove competenze di vita

“La nostra società sembra aver smarrito gli ingredienti base che sono necessari per costruire una personalità equilibrata. È fondamentale che, al di là della retorica, si punti a fornire maggiori risorse psicologiche alle famiglie, alla scuola, alla comunità, per favorire nuove consapevolezze e sviluppare nuove competenze di vita“, conclude Lazzari.