Don Fortunato Di Noto, fondatore dell’Associazione Meter che tra i suoi principali scopi statutari ha anche quello di effettuare un costante monitoraggio dei mezzi di comunicazione (Internet, tv, telefonia, etc.), per garantirne un uso corretto e per contribuire a farne inibire le forme distorte e dannose per i minori, condivide con Venti4Magazine una intensa riflessione sulla tragedia del bimbo di Napoli, morto suicida a soli 11 anni.

Come capire quando da passatempo la rete diventa una trappola

don Fortunato Di Noto, fondatore dell’Associazione Meter

La rete è una trappola, un intenso intrigo di reti e connessioni, di contenuti e stimoli. Di bene e di male. Ci si può camuffare ma anche naufragare se non si è in grado di orientarsi. La rete ha generato le periferie digitali, dove, proprio perché si è periferie c’è nell’apparente ordine il disordine etico e morale nella falsa libertà di vivere liberi e senza limiti. Apparentemente non esistono barriere o firewall ma invece i muri della indifferenza e della banalità sono molto più presenti. La rete non è la strada sotto casa né, tanto meno, un villaggio dove ci si conosce facilmente. Il rischio è dietro l’angolo. La rete e i suoi servizi, si pensi ai social, sono utili ma sono una trappola e, non credo che quello che sostengo sia un pensiero isolato”, spiega il sacerdote.

Da Eco a Bauman, l’avvertimento contro i falsi idoli digitali

“Infatti le istituzioni giornalistiche ed educative dovrebbero farsi carico del compito di controllare e moderare ciò che viene pubblicato e ciò che dagli utenti viene preso a riferimento, come sottolineava Umberto Eco, al fine di evitare di prendere per vere le numerose false notizie che infestano Internet. Anche Z. Bauman ci mette in guardia contro i falsi idoli digitali che rapiscono le menti fragili e vulnerabili, immaginate i minori, spesso senza più punti di riferimento e frantumati nella loro già fragile esistenza”.

Una tragedia senza segnali premonitori

Per il fondatore di Meter “i bambini sono bambini e non certamente possono essere considerati adulti, responsabili, consapevoli, che sanno gestire le loro emozioni e le scelte da compiere. Ma un bambino di 11 anni può, indiscriminatamente utilizzare i social senza alcun controllo, vigilanza? I segni premonitori, sono i segni dell’assenza di intervento educativo, del regolare il tempo e i modi di utilizzo di app e social. Un bambino, ma viene giudicata solo retorica, può essere lasciato solo dentro il mondo magmatico e altamente pericoloso dove, persone disumane, irretiscono, condizionano la fragilità dei bambini? Il dovere dei genitori non è derogabile a nessuno. È triste pensare se i genitori erano in grado di educare, vigliare, intercettare i segnali di un malessere interiore. Una rete di aiuto o auto-aiuto sarebbe auspicabile in ogni ambito sociale, culturale, ecclesiale”.

Urgenze educative e nuove competenze per guidare i giovani nel processo educativo e di crescita

Da qui la necessità ribadita dal sacerdote di “creare comunità e non community. Nella comunità la relazione ha il vantaggio di poter essere autentica, anche se conflittuale. Riporto una frase sempre di Baumann: ‘La differenza tra una comunità e una rete è che a una comunità si appartiene, mentre una rete appartiene a voi. Se ne ha il controllo. Si possono aggiungere amici quando lo si desidera ed è possibile eliminarli allo stesso modo. Si tengono sott’occhio le persone con cui ci si vuole relazionare…’. Potrebbe essere un buon antivirus che può farci superare la crisi derivante dall’isolamento e l’illusione di sentirci guardati o giudicati da tutti con un like; o aver favorito l’intrusione di sconosciuti senza identità nella vita sia dei nostri figli che degli adulti. Le community ci possono far perdere l’identità e chi perde l’identità diventa povero, una povertà che svuota il senso della vita. Le regole salvano la vita. Avere una regola nel rispetto delle regole, sia nella vita reale che in quella digitale. Una sfida sempre attuale”.

Laura Malandrino