La riforma su cui si voterà il 20 e 21 settembre, diversamente dalle precedenti oggetto di referendum costituzionale, riguarda un tema specifico: la riduzione del numero dei parlamentari. Tra gli argomenti a sostegno della riforma c’è la riduzione dei costi della politica e una maggiore efficienza nei lavori parlamentari, con possibile riduzione dei tempi di discussione e delle polemiche sterili, e una partecipazione più attiva da parte di ciascun parlamentare. Mentre dal fronte del “no” si contesta principalmente la riduzione di rappresentatività del Parlamento e la perdita di autorevolezza dell’istituzione.

Perché NO e perché SI

Giuseppe Monaco, costituzionalista alla Cattolica di Piacenza: riforma fine a sé stessa

“In questo caso la scelta tra SI e NO è semplice, non si corre il rischio che l’elettore sia favorevole ad alcuni aspetti della revisione e contrario ad altri. È questo un punto di forza, ma forse anche un punto di debolezza, perché la riduzione del numero dei parlamentari non si accompagna ad altro, neppure al tentativo di superamento del bicameralismo paritario, da tempo auspicato in dottrina. La riforma appare in qualche misura fine a sé stessa, priva di una vera ratio.

Damiano Palano, direttore dipartimento Scienze politiche alla Cattolica di Milano: ingenuo attendersi soluzioni dalla riforma

“Ciò non significa che il taglio di deputati e senatori sia una misura irrilevante.Potrebbe forse contribuire a rendere più efficiente il sistema politico – se fosse accompagnato da una serie di modifiche indispensabili (una nuova legge elettorale e nuovi regolamenti parlamentari, per cominciare). Ma potrebbe anche produrre conseguenze negative e aggravare quel deficit di credibilità delle istituzioni che paradossalmente vorrebbe curare. Gli esiti dipendono comunque da molti fattori, che la riforma ovviamente non prevede. Il presupposto per impostare la discussione, dunque, è riconoscere che da una riforma “semplice” e forse “troppo semplice”, sarebbe ingenuo attendersi un contributo anche parziale per la soluzione di problemi complicati come quelli che ci attendono“.

Pier Antonio Varesi, docente di Diritto del lavoro alla Cattolica di Piacenza: il “si” potrebbe fare uscire il Paese dallo stallo

In primo luogo, spiega il docente “non vedo i pericoli per la democrazia e il funzionamento del Parlamento che da alcuni vengono evocati”. Pertanto, “pur senza particolare entusiasmo per la (piccola) modifica costituzionale che viene sottoposta al nostro giudizio, nutro la speranza che votando SI possa essere innescato un processo virtuoso che faccia uscire il Paese dalla condizione di stallo in cui caduto da ormai alcuni decenni”.

Filippo Pizzolato, docente di Dottrina dello Stato all’Università Cattolica: un “si” per restituire senso alla rappresentanza parlamentare

Premesso che giudica questa riforma “incompleta e perfino ambigua in alcuni messaggi” il professor Pizzolato ha deciso di sostenere il SI perché crede che “possa veicolare un messaggio indifferibile e fondamentale: restituire maggiore autorevolezza alle istituzioni, penalizzate dal degrado dei partiti”. Certamente “non è riducendo il numero dei parlamentari che automaticamente si risolve il problema – spiega il docente – ma la riduzione del numero dei parlamentari comporterà la necessità per le liste in competizione di raggiungere consensi più elevati per accedere alla rappresentanza. Questo è un fatto incontestabile e matematico”. Dunque per Pizzolato “il referendum è la leva che abbiamo a disposizione per mandare ai partiti un segnale di maggiore autorevolezza nella selezione della classe politica e innescare cambiamenti nel Paese”.

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