L’uccisione di don Roberto Malgesini, sacerdote di 51 anni molto conosciuto a Como per il suo impegno al fianco degli emarginati, nel giorno dell’anniversario di don Pino Puglisi. Una coincidenza che fa riflettere sul senso del ministero sacerdotale.

Il prete comasco è stato ucciso a coltellate poco dopo le 7 del mattino in piazza San Rocco, a poca distanza dalla parrocchia. Il responsabile sembrerebbe una persona che don Roberto conosceva, un senzatetto al quale forniva assistenza e con il quale pare fosse anche in buoni rapporti. «Aveva problemi psichici e dei provvedimenti di espulsione non eseguiti fin dal 2015», ha riferito il direttore della Caritas di Como, Roberto Bernasconi. La Questura non conferma i problemi psichici: «Non risulta né dalla documentazione medica che lo riguarda né dalle verifiche coi servizi sociali».

Il prete, un uomo di Dio nella misura in cui si spende per gli altri

Nella stessa mattinata, nella diocesi di Noto veniva ordinato un giovane prete, don Andrea Amore. “È un legame al tempo stesso drammatico, significativo e bello. Perché mette al centro la figura del prete, che è uomo di Dio nella misura in cui si spende per gli altri. Il motto di don Puglisi era: Sì, ma verso dove… dare la vita per i propri amici… Non si muore per eroismo, ma perché si sta sul campo. E questo non è un messaggio solo per i preti: risveglia in noi la vocazione profonda della vita, ‘vivere per’, non vivere accartocciati, chiusi su se stessi – dice a Venti4Magazine.it Maurilio Assenza, presidente pro-tempore dell’Associazione di volontariato e vicepresidente della Cooperativa sociale don Puglisi di Modica -. Il ‘vivere per’ tesse fraternità, ed è quello di cui abbiamo bisogno in questo tempo così difficile”.

Beato Pino Puglisi

Allora “la memoria di don Puglisi non può ridursi al ricordo o all’ammirazione, ma deve diventare imitazione: stare come lui sul campo, abbracciare i feriti della vita, farlo in maniera semplice, come diceva lui: Se ognuno fa qualcosa, allora si può fare tanto” continua Assenza. “A volte, invece, manca il poco di ognuno, si pensa che il poco non serva: no, il fare molto non è fare molte cose, è elevare la qualità della vita. Se ognuno fa qualche piccolo gesto di attenzione, attorno a sé crea attenzione. Se va a visitare un ammalato, una persona sola, crea un vicinato, un tessuto di vicinanza: questo è il molto. E se poi, nel vivere il Vangelo, si ama, tutto diventa la verità della fede cristiana che è una fede crocifissa”.

Oggi è l’Addolorata, è una partecipazione, come Maria, al dono di sé che Cristo fa, per riunirci in una sola famiglia, attorno alla croce c’è la consegna: la madre al figlio e il figlio alla madre. E questo consegnarci gli uni agli altri, che è avvenuto in maniera esemplare in don Puglisi col suo martirio, è il cuore della vita”, spiega Assenza.

La casa don Puglisi di Modica, un segno a misura di famiglia

A ricordare don Puglisi, a Modica c’è una casa che porta il suo nome dove don Puglisi è ricordato perché lì si ha cura di mamme e bambini. E poi c’è anche un cantiere educativo, Crisci ranni. “E’ bello che alcuni ci telefonano e cercano don Puglisi: non sanno magari chi è, ma questo ci dice che don Puglisi è là dove si ama, dove nel suo nome si continua ad avere cura dei più piccoli e dei deboli – racconta Assenza -. Tutti a fare qualcosa e a porre segni. La Casa don Puglisi di Modica è un segno di come possono essere il mondo, la città, una città a misura di casa, un mondo a misura di famiglia: questo è il grande disegno di Dio, questo è quello che i martiri ci ‘ri-cordano’, ovvero ‘portano al nostro cuore’. Il nostro cuore, allora, deve risvegliarsi per diffondere l’amore. Bisogna che questo amore, più del coronavirus, contagi tutti gli ambienti cui viviamo, perché si accrescano la bellezza e la verità della vita”.

Maurilio Assenza a VentiquattroMagazine.it