Home Attualità Maltempo e alluvioni. Perché questi disastri? L’analisi degli esperti

Maltempo e alluvioni. Perché questi disastri? L’analisi degli esperti

I dati parlano chiaro: negli ultimi 60 anni si sono verificati oltre 3500 eventi naturali a carattere disastroso. Eventi collegabili principalmente a fenomeni quali improvvise inondazioni torrenziali, frane o colate di fango e detriti. Centinaia di migliaia il numero di sfollati e senzatetto – ha dichiarato Antonello Fiore, geologo, Presidente Nazionale della Società Italiana di Geologia Ambientale – migliaia i morti; ingenti danni al patrimonio immobiliare e culturale. Dal 1969 al 2018 frane ed inondazioni hanno interessato 3629 località in ben 2068 Comuni italiani, ma il dato con ogni probabilità è destinato ad aumentare. Almeno fino a fine 2018 abbiamo avuto in Italia ben 1132 persone morte per frane, 581 per inondazioni per un totale di 1713 persone. Impressionante il numero di evacuati e senza tetto: 320.117 persone.

Saremo costretti ad aggiornare queste drammatiche statistiche, ma nello stesso tempo dovremmo sforzarci di associare a ogni numero un volto, una vita spezzata, una famiglia mutilata, dei rapporti sociali interrotti, un investimento dello Stato che non andrà a buon fine. Chi non conosce la storia è costretto a riviverla due volte, il problema è che chi non conosce la storia ed è un decisore, costringerà a farla rivivere due volte e forse anche più alla popolazione. Ricordiamo alcuni eventi alluvionali“.

Cinquanta anni fa nacque la cosiddetta Commissione De Marchi, una Commissione interministeriale per lo studio della sistemazione idraulica e della difesa del suolo, i cui atti grazie al CeNSU (Centro Nazionale di Studi Urbanistici) sono disponibili in formato digitale. La Commissione, nata dopo l’alluvione di Firenze del 1966, ha proseguito Fiore, aveva il compito di “esaminare i problemi tecnici, economici, legislativi, e amministrativi al fine di proseguire e intensificare gli interventi necessari per la generale sistemazione idraulica e di difesa del suolo sulla base di una completa programmazione”.

Dopo 50 anni, mentre eventi con decorso naturale ma accentuati dalla crisi climatica e da un uso improprio del territorio continuano a creare vittime e danni alle infrastrutture e alle aree produttive, di quei fondi è stato utilizzato solo il 19%. Lo scorso anno una Deliberazione della Sezione centrale di controllo sulla gestione delle Amministrazioni dello Stato della Corte dei Conti ha evidenziato lo “Scarso utilizzo delle risorse stanziate per il Fondo progettazione contro il dissesto idrogeologico e inefficacia delle misure sinora adottate, di natura prevalentemente emergenziale e non strutturale“. Nella relazione sul “Fondo per la progettazione degli interventi contro il dissesto idrogeologico (2016-2018)”, ha concluso Fiore, approvata dalla Sezione centrale di controllo sulla gestione delle Amministrazioni dello Stato della Corte dei conti con deliberazione n. 17/2019/G del 31 ottobre scorso, si rileva che delle risorse effettivamente erogate alle Regioni, a partire dal 2017, solo il 19,9% del totale complessivo (100 milioni di euro) in dotazione al Fondo progettazione è stato utilizzato.

Sono numerose le criticità a livello nazionale e a livello locale rilevate: l’inadeguatezza delle procedure e la debolezza delle strutture attuative; l’assenza di adeguati controlli e monitoraggi; la mancata interoperabilità informativa tra Stato e Regioni; la necessità di revisione dei progetti approvati e/o delle procedure di gara ancora non espletate; la frammentazione e disomogeneità delle fonti dei dati sul dissesto.

Tra le cause si è ormai consapevoli che concorrono con incidenza diversa secondo le situazioni l’abbandono delle campagne, l’edilizia distratta dagli interessi economici, l’abusivismo edilizio, l’assenza di manutenzione dei corsi d’acqua, gli incendi boschivi, i cambiamenti climatici, e altro. Si nota inoltre come nell’elenco delle cause che concorrono al dissesto idrogeologico, la maggior parte delle cause sono attribuibili direttamente o indirettamente all’azione dell’uomo. Oggi si può affermare che all’origine del tragico ripetersi degli eventi calamitosi c’è un problema esclusivamente di ordine culturale e non tecnico, un problema che può essere affrontato e risolto solo da un’azione politica che abbia la seria volontà di ritornare a curare la popolazione e il territorio, lasciando a quest’ultimo il suo naturale evolversi.

Il Paese è stanco di applicare il solito schema post evento calamitoso e limitato solo a un breve periodo del post evento: si contano le vittime, si stimano i danni, si crea la solidarietà nazionale con raccolta fondi e fiaccolate di solidarietà, si cerca di capire le cause, si approccia con cautela a comprendere le responsabilità tecniche e politiche, si stanziano i fondi per ricostruire. Magari la ricostruzione sarà nello stesso luogo, dove la natura ha tentato di riprendersi i suoi spazi. Lo schema ormai collaudato è pronto per essere applicato per altro evento calamitoso, in altra stagione e in altra regione”.